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Storia delle parole digitali

Il numero è un archetipo dell’ordine fattosi cosciente (K. G. Jung)

 

In origine fu il Verbo. Quando comparvero i numeri cominciò la Realtà. Poi vennero lo 0 e l’1 e fu l’Infinito.

Le parole sono più antiche delle scoperte tecniche e scientifiche avvenute nell’arco dei secoli, come per tutte le altre conoscenze umane così anche il lessico o i termini utilizzati nella grande rivoluzione digitale retrocedono a secoli e secoli fa.

Partiamo dall’inizio: la storia del termine “digitale”. Facile: i nostri antenati avevano un unico strumento per contare, il proprio corpo. La nostra morfologia, dunque, ha delegato un ruolo fondamentale alle dita nell’apprendimento dei numeri. Digitus, infatti, in latino significa “dito” poi l’inglese digit è passato a significare “cifra”. Da qui si tesse l’intera trama delle parole digitali.

Uno dei concetti fondamentali dell’informatica: è quello di algoritmo, ovvero l’insieme di passaggi logico-matematici da prescrivere alla macchina affinché essa faccia qualcosa o risolva un determinato problema. Il tutto utilizzando il linguaggio della macchina, ovvero il codice o il software. La parola “algoritmo” deriva dal cognome di uno dei più grandi autori della storia della matematica: il persiano Muhammad ibn Musa al-Khwarizmi (780-850). Le sue opere sono una delle prime testimonianze della fondamentale influenza del pensiero arabo, il quale si era rifatto a quello indiano, in Occidente. Ecco l’incipit del suo “Libro sul calcolo degli Indiani”:

“Abbiamo deciso di esporre il modo di calcolare degli Indiani con l’aiuto di nove cifre, insieme a una decima in forma di cerchio. E di mostrare come, grazie alla loro semplicità e concisione, queste cifre possono esprimere tutti i numeri.

Tutti i numeri… ma quali sono i numeri fondamentali del digitale? Semplice lo 0 e l’1. Il codice binario: “chiuso/aperto”, “principio passivo/principio attivo”, “yin/yang”, “vuoto/pieno”, “nulla/tutto”, “non-essere/essere”.

Lo zero, nonostante sia il primo della lista dei numeri interi ed elemento fondamentale per l’evoluzione della storia della matematica, è l’ultimo arrivato sulla scena. I primi a trasformare in numero il concetto di vuoto, di nulla, furono gli Indiani nel VI secolo. Poi fu mutuato dagli Arabi nell’VIII secolo e, infine, grazie alla trasmissione araba, arrivò in Occidente nel X secolo. Questo è anche il motivo per cui gli Arabi parlano correttamente di “cifre indiane” mentre noi occidentali le chiamiamo scorrettamente “cifre arabe”. Quanto essenziale alla cosmologia numerica, quindi a ogni cosmologia umana, il concetto di nulla, vuoto o antimateria ce lo racconta magnificamente il Padre Nostro di Ernest Hemingway in uno dei Quarantove racconti (1938):

Nulla nostro, che sei nel nulla, sia santificato il tuo nulla, venga il tuo nulla, sia fatto il tuo nulla, dovunque nel nulla.
Dacci oggi il nostro nulla quotidiano, e rimetti a noi i nostri nulla, come noi li rimettiamo agli altri nulla. E non ci indurre in tentazione, ma liberaci dal nulla. Amen.

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Codice binario: pieno/vuoto; essere/non-essere; attivo/passivo; yin/yang

Prima dello zero arrivò l’uno, penultimo della lista dei numeri che vanno dal 2 al 9 e con i quali si compongono tutti gli altri numeri. Il concetto dell’Uno nasce con il filosofo-matematico Crisippo (Soli, 281 a.C./277 a.C. – Atene, 208 a.C./204 a.C). Prima di questo momento, i numeri interi erano considerati come una “molteplicità” ovvero quasi un “politeismo”. Con la nascita del Principio Primo, l’Origine, l’Unità, l’Assoluto ovvero il monoteismo.

“Nell’Uno l’origine del mondo si rammentava a se stessa: niente lo precedeva, e tutto ciò che lo seguiva non era altro che il suo valore moltiplicato all’infinito. La monade, primordiale ed eterna, s’identificava immediatamente con l’immagine stessa della totalità, che prendeva il nome di Completamento, Perfezione o addirittura Divinità: ciò al di qua e al di là del quale non si poteva pensare più niente”  (Alain Nadaud, 1984)

Si potrebbe quasi dire che il codice binario del linguaggio informatico si alterna tra il nulla e il tutto, tra l’antimateria e la materia, tra l’assenza degli dèi e Il dio.

Tra il Nulla e il Tutto ci può essere “definizione”, “individuazione” o “specificità” solo se esiste un ponte, una via per la “creazione”: ed ecco arrivare il due. Se al maschile dell’uno non si accoppia il femminile del due, ovvero se al principio attivo non segue il principio passivo, non ci può essere continuità. In informatica, infatti, le cifre binarie si chiamano bit mentre le sequenze di otto cifre binarie si chiamano byte: ciascun bit può assumere solo i due valori (0-1) ma ogni byte è 2 all’ottava. Morale: 0, 1, 2…infinito!

 

Bibliografia:

“Il museo dei numeri” di Piergiorgio Odifreddi, Rizzoli 2014

“Da zero a infinito. La grande storia del nulla” di John Barrow, Mondadori 2001

“Il numero e il divino” di Giamblico, Rusconi 1995

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